Il fotografo Houtan Nourian esporrà per la prima volta la serie fotografica Plastic Portrait e il video Persōna, in occasione di Alter(ed) ego, il prossimo evento di Arte a Domicilio. Siamo andati a trovarlo nella sua casa-studio a Bologna e tra risate, semi di zucca e lo sguardo attento di Aro il gatto, abbiamo raccolto un po’ di curiosità!

Plastic Portrait, serie 2016-2018

Iniziamo dalle tue origini, dall’Iran. Ricordi il momento in cui hai deciso di utilizzare la fotografia come linguaggio espressivo?

All’età di sedici anni guardavo molti film in televisione, ero un ragazzo timido, molto curioso, studiavo matematica e non sapevo niente dell’arte. Un mio parente lavorava come assistente alla regia a Teheran ed è stato lui a trasmettermi la passione per il cinema, così dopo un corso all’Iranian Youth Cinema Society, ho partecipato al concorso nazionale per accedere all’Università d’Arte. Sono stato ammesso al corso di Cinema ma per errore iniziai quello di Fotografia, insomma, c’è stato un colpo di scena! Così ho iniziato la formazione e, con rammarico, ho abbandonato il sogno di voler diventare un regista. Ma ricordo il momento in cui ho sviluppato la prima stampa in camera oscura durante il primo semestre, è stata proprio l’emozione di osservare il professore, illuminato dalla luce rossa mentre si muoveva tra le vasche, che mi ha fatto innamorare della fotografia.

Dall’Iran all’Italia, quanto è cambiata la tua ricerca artistica?

In Iran, durante gli anni universitari, non ero libero di presentare qualsiasi progetto, infatti ho lavorato per tre anni alla fotografia di scena reinterpretando il paesaggio naturale. I tabù culturali ed i limiti sociali vietano la fotografia di moda, il nudo e anche la ritrattistica, ad eccezione di quella realizzata con un certo stile. In Italia, invece, sono stato libero di scegliere qualsiasi soggetto e questa libertà mi ha spaventato. Non sono venuto qui per essere libero ma per amore della storia dell’arte e del cinema italiano, come quello di Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Antonioni.

Negli anni accademici hai viaggiato molto, quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Il viaggio di per sé è un’ispirazione. Ricordo quando nel 2013 sono andato per la prima volta in Germania per festeggiare il capodanno da alcuni parenti, ero in macchina insieme ad amici dell’Accademia e durante quel viaggio realizzai un diario fotografico con l’intenzione di essere amatoriale, senza particolari ricerche, nel senso di lasciarmi trasportare dalla mia curiosità. Il mio modo di osservare l’ambiente e tutto ciò che vivo durante il viaggio sono fonti d’ispirazione. I miei occhi cercano sempre.  

Nella società moderna, l’uso di immagini ha fortemente influenzato la percezione della realtà e i comportamenti sociali, cosa significa per te fotografare oggi?

La funzione della fotografia si è trasformata, il mondo digitale ha dato la possibilità a tutti di poter vivere l’esperienza di poter fotografare in modo semplice ed immediato, ma questo non significa che siamo tutti fotografi. I punti di riferimento devono essere gli insegnamenti dei grandi maestri, ad esempio Anselm Adams ci metteva molto tempo per cercare i soggetti e scattare, per me fotografare è vivere ciò che inquadro nel mirino.  

Plastic Portrait, serie 2016-2018

Il progetto Plastic Portrait nasce da uno stato d’inquietudine osservando le persone nella tua tratta giornaliera in treno, dal 2014 al 2015, durante il soggiorno in Germania. La fotografia è diventata così il mezzo per indagare i sentimenti umani, come si è sviluppata la ricerca?

In Germania mi sentivo molto solo, non parlavo tedesco ed era difficile integrarsi e conoscere qualcuno, non mi piaceva questa situazione e ogni giorno era diventato pesante. In quel periodo mi sono interessato alle sculture di Erwin Wurm e ai lavori provocatori di Maurizio Cattelan, così è iniziato il progetto con l’intenzione di utilizzare oggetti quotidiani per creare una serie concettuale di ritratti assurdi.

La realizzazione del video Persōnaha inizio nello stesso periodo della serie fotografica. Quale è la relazione tra fotografia e videomaking nel tuo lavoro?

Persōna è stato realizzato utilizzando la macchina fotografica e montando più di 10.000 scatti. In generale penso che la cosa comune tra fotografia e video è il tempo, ma con un diverso significato e utilizzo.  Con la ripresa video puoi simulare lo scorrere del tempo, puoi misurare i minuti e rivederlo quante volte desideri, come un film. Invece in fotografia la percezione è più ambigua, la foto è la traccia di un tempo già vissuto, irripetibile.

Non sarà stato semplice cercare di rappresentare materialmente le personalità dei tuoi soggetti, spesso sconosciuti. Che tipo di rapporto hai instaurato con loro e come hai affrontato la difficoltà di mostrarsi nudi davanti all’obiettivo?

Le persone che hanno partecipato al progetto hanno accettato la condizione di mostrarsi nudi, dopo lunghe chiacchierate di conoscenza e confronto, ad esempio per Anna, una delle protagoniste, è stata la prima volta che ha mostrato il suo corpo nudo, e non solo davanti a un obiettivo fotografico, ma non ha avuto ripensamenti. Per molti, indossare una maschera era una condizione che rassicurava e quasi disinibiva, inoltre è stato fondamentale instaurare un rapporto di fiducia e rispetto.

Il progetto nasce anche da una critica verso i mezzi di comunicazione di massa. A cosa ti riferisci in particolar modo?

Penso a Sara Goldfarb, la casalinga e madre del protagonista in Requiem for a dream (regia di Darren Aronofsky, 2000), che dalla comune dipendenza per il suo talk show preferito finisce in un stato paranoico, fino al drammatico epilogo. Anche noi subiamo degli effetti degenerativi dai mass media e dai social media, spesso non ci rendiamo conto di quanto sia alterata la nostra percezione e di quante maschere indossiamo ogni giorno. Anche i gusti personali si sono massificati, siamo un miscuglio di tutto ciò che ascoltiamo e vediamo in televisione, al cinema, sui social, abbiamo smarrito la personalità. In Plastic Portrait ho utilizzato oggetti diversi presi dal quotidiano e creato maschere assurde, come quelle che involontariamente indossiamo tutti noi.

Persōna (frame video), 2016-2019

Immagina di poter essere uno dei protagonisti di Plastic Portrait, quale oggetto indosseresti per il tuo autoritratto?

Mi ricordo che poco prima di tornare in Italia, durante un private show allo studio fotografico di Alessandro De Matteis con tutti i protagonisti di Plastic Portrait, due di loro mi hanno chiesto se ero disposto a spogliarmi e ad indossare una maschera dato che il progetto era terminato, ma in quel momento non sono riuscito a farlo, oggi forse lo farei. Stavo attraversando un periodo molto difficile, poi vedevo la bellezza dei corpi degli altri ma non accettavo il mio, invece oggi riuscirei a mostrarmi all’obiettivo perché sono riuscito a liberarmi da molti limiti. Nella serie, ho cercato di sviluppare una mia idea attraverso gli altri, tutti i ritratti sono espressione delle mie difficoltà e quindi rappresentano anche me stesso, ma per un autoritratto userei solo un oggetto: un foglio di alluminio grigio, schiacciato.

Attualmente vivi e lavori a Bologna come fotografo pubblicitario, ma quali sono i progetti futuri per la tua carriera artistica?

Non ho ancora un’idea precisa, di solito scrivo e disegno tutti i progetti che vorrei realizzare su un album da schizzi. Sicuramente vorrei dedicarmi alla fotografia di viaggio, alla scoperta di luoghi abbandonati e insoliti, e magari concludere il progetto con una pubblicazione. 

 

www.houtannourian.eu

Testo di  Alessandra Tescione | Photo Credit Houtan Nourian